18 maggio 2012

PICCOLE FIORITURE 1


Qui troverete i miei brevi testi relativi a svariati e sconosciuti
fatti di storia, cultura e vita locale calendaschese
Fate scorrere la pagina web e leggete le piccole fioriture oggi alla N. 2


IL LAZZARETTO DEI COLEROSI

Una pillola sintetica di storia sul lazzaretto di Calendasco.

Quando nel 1836 a Piacenza e contado nel mese di giugno scoppiò il cholera morbus furono aperti diversi ricoveri per coloro che avevano contratto più o meno drasticamente la malattia.
Quello di Calendasco era posto dietro all’attuale ospitio corradiano ed è oggi ancora ben visibile e conservato, sebbene negli anni fu (ed ancora è) rinomata azienda agricola con proprie abitazioni. Già nel catasto napoleonico è censito come Casa Grande (tra l’altro è il classico nome che veniva dato agli ospedali in antico).
Non sorprende quindi che l’ospedale grande di Calendasco – se così mi è permesso esprimermi per meglio rendere l’idea – sia stato costruito a fine 1700 al ridosso e sulle proprietà dell’ospitio plurisecolare dei frati terziari della penitenza che accoglieranno nel 1315 il nostro Patrono San Corrado Confalonieri.

Quello che accadde in quel 1836 a Calendasco è degno di nota e oltre ad esser stato un fatto che ebbe ripercussioni presso la Commissione di Governo del Ducato di Parma (cui dipendevamo) salì agli onori della cronaca a stampa del tempo.

Questa notizia con il relativo decreto che ora esporremo furono pubblicati su “La Voce della Verità – Gazzetta dell’Italia Centrale” del 19 luglio 1836.
Il fatto è che il Consigliere di Stato aveva denunziato il Podestà di Calendasco il Signor Giuseppe Turriò per il comportamento che questi aveva tenuto al primo apparire del morbo in paese.
Il Turriò era stato dimesso dall’incarico di Podestà per “indubitabile timor vile” e si era reso latitante e ancora lo era al momento della sua destituzione.
Senza saper ne leggere e ne scrivere (sembra un politicante moderno) pensando solo a se stesso, aveva abbandonato gli altri amministratori del comune di Calendasco al disbrigo delle opere inerenti il morbo tra il popolo e si era portato in altro sconosciuto luogo ove non esisteva traccia di infezione. Per brevità lascio di citare interamente il Decreto contro il Turriò ma in esso non si usano mezzi termini.
Come finì questa faccenda per il vile podestà non mi è dato per ora scoprirlo. E’ certo che uno dei figli del Conte Perletti  di Calendasco, e cioè Luigi, fu creato nuovo podestà.
Per il popolo di Calendasco, nell’occasione del morbo del colera, egli fu provvido e benefico tanto da meritare la medaglia della salute pubblica dal Governo; il colera fu debellato circa alla fine del settembre di quello stesso anno.

Questo episodio relativo a Calendasco ed al suo lazzaretto potrebbe essere maggiormente sviscerato ma per sintesi ho voluto render noto questo episodio che vede coinvolti due abitanti del paese: uno vile e pauroso, sebbene Podestà in carica che abbandonò a se stessa la comunità e, l’altro, il Perletti che addirittura a scapito egli stesso e la sua famiglia d’infezione, amò la propria comunità con pregevole servigio, rendendocelo motivo d’orgoglio e di esempio per questi nostri forse un poco tristi giorni dove in tante occasioni ci si rende dei poco lodevoli Turriò.
 Umberto Battini


PICCOLE FIORITURE 2

C I  M I  T E R I

Sorprende sempre e non poco lo studio delle piccole località.

Sinteticamente: si pensi che il borgo di Calendasco ha visto la dislocazione di ben cinque cimiteri dal secolo VIII (pensiamo alle carte del Codice Diplomatico Longobardo relative appunto al paese) fino a quello attuale poco fuori in direzione Santimento.
E ricordando che, come da testimonianze visive di scavo (1970/71) e cartace, anche in chiesa vi erano le tombe per uomini, donne, bambini e sacerdoti, ma di queste non tratteremo ora.

Dunque parliamo dei cimiteri fuori.

Quello della chiesa è il più antico ed era appunto dove oggi è il cortile della canonica (da bambino ho visto il rinvenimento di tantissime tombe con i miei occhi durante i lavori di restauro voluti dal grande arciprete don Federico Peratici).
Nel 1451 ed oltre, come da carte che già ho reso pubbliche circa lo jus cimiterii dell’arciprete, esso è dato essere poco discosto dal castello, dietro alla chiesa più o meno in direzione dell’arginella del Campadone per intenderci. Probabilmente perché era ormai saturo e piccolo quello affiancato alla chiesa.
Il terzo del 1700, è segnalato davanti alla chiesa stessa (una antica mappa lo segna ma devo verificare anche documentariamente) e certamente durò pochissimo non oltre credo i primi anni del 1800, non era certo un luogo tra i più pratici la piazza. E poi c’è da ricordare che le leggi napoleoniche, per motivi igienici, avevan vietato i cimiteri dentro ai borghi come era usanza, così anche questo fu spostato. Dopo la Prima Guerra mondiale si ergeva difatti sulla stessa piazza della chiesa il monumento ai caduti (possiedo documentazione fotografica).

Il quarto cimitero è dei primi decenni del 1800 e si rese necessario appunto con il colera del 1836 e per le citate leggi napoleoniche che obbligarono a non aver camposanto in paese; quello nuovo lo fecero proprio nei prati dietro al lazzaretto di cui già ho avuto modo di dar notizia.
Da notare (come da cartina) che comunque i cimiteri di Calendasco furono sempre voluti nelle due zone più antiche e importanti dal punto di vista religioso e politico: sorsero appunto tra castello/chiesa oppure vicino al romitorio/ospitio ed al lazzaretto ‘Cà Grande’.
Concludendo: anche la semplice opera di pietà della sepoltura ha sempre avuto i suoi lati pratici che con il crescere della popolazione o seguendo fattori sociali e calamitosi delle epoche andate sapeva di volta in volta destinare particelle di terra alla sacralità dell’ultimo ‘viaggio’.

Umberto Battini




16 maggio 2012

DA NOTO


Da Noto questa bella iniziativa
AUGURI al Carissimo AMICO in San Corrado
Mons. Salvatore Guastella



Gli Amici Devoti Tutti di Calendasco di Piacenza

05 maggio 2012

Santimento


La grande ed antica chiesa parrocchiale di Santimento (S. Imento).
Località frazionale condivisa tra i comuni di Rottofreno e Calendasco.
clicca anche QUI



31 marzo 2012

Fiera del PO


Domenica 25 marzo
il Banco di Beneficenza della nostra Parrocchia

48^ edizione



20 febbraio 2012

19 febbraio







SAN CORRADO CONFALONIERI


CALENDASCO, piccola NOTO
Il piccolo paesello sul Po da 400 anni ha come PATRONO SAN CORRADO


16 febbraio 2012

Articolo della LIBERTA' 2012


Articolo su Calendasco e San Corrado apparso sul quotidiano di Piacenza LIBERTA' di mercoledì 15 febbraio 2012. Il 19 festeggiamo la Patronale.



leggi l'articolo anche sul sito www.araldosancorrado.org


San Corrado Confalonieri
L'eremita penitente


di Umberto Battini

La figura storica di questo Santo piacentino passa attraverso la contestualizzazione con il territorio, non ultima quella che oggi è la Via Francigena. Difatti il nostro Santo Eremita inizia la sua avventura spirituale da quel piccolo borgo che è Calendasco: il castello e l’hospitio-romitorio. Ai nostri giorni abbiamo proprio qui sul Po, il passo francigeno detto “di Sigerico”. Il romitorio già verso il 1280 era retto da frà Aristide, maestro spirituale di s. Corrado e superiore del piccolo ospedale, proprio frà Aristide nel 1290 andò a Montefalco per presiedere alla costruzione del convento di s. Chiara e poi tornò a reggere la sua Comunità piacentina di fraticelli della penitenza o del terz’ordine francescano. Nel 1315 circa vi è l’incendio devastante causato dal Confalonieri durante la caccia, e se fino a qualche anno fa la storiografia lo indicava essere nei pressi di Celleri, basandosi solo su una tradizione, ora abbiamo il sostegno di una pergamena che ribalta e corrobora la storia. L’abbiamo rintracciata in Archivio di Stato a Parma nel fondo del monastero di Quartazzola, è una pergamena in scrittura corsiva latina datata 11 gennaio 1589. Questa investitura di un fondo terriero di 200 pertiche piacentine (circa 45 campi da calcio) ci dice che le terre in direzione di S. Nicolò a Trebbia e che coinvolgono anche il territorio di Calendasco sono chiamate “alla Brugiata”. Questo grande spazio rurale fatto di campi coltivabili, boschi e viti con ragione possiamo intenderlo come la prova che lì un tempo vi fu un grande incendio, indicato appunto dalla toponomastica che chiama tutto quell’appezzamento “Bruciata” nonostante fosse stato terreno fertile e coltivo. D’altra parte anche le “case bruciate” di Celleri sono una indicazione toponomastica così come il “molino bruciato” di Calendasco. Gli Statuti piacentini più antichi, quelli del feroce Galeazzo Visconti (1322 – 1336) prevedevano per l’incendio doloso varie pene a seconda della gravità ed entità dello stesso, ma il reo poteva pagare il danno al Comune con una grande somma pari a 200 lire oppure era libero – tra virgolette - di fare una volontaria cessione di tutti i beni. Senza addentrarci nella questione, possiamo credere fosse appunto questa la pena dovuta per l’incendio del nostro santo come già la storia secolare tramanda e ancor più quella del XV e XVI secolo scritta nella lontana Noto. Lo sviluppo del culto al Santo Penitente ha una svolta in Piacenza nel 1611, quando giunge la lettera del 1610 scritta dai Giurati da Noto, bellissima città sicula nella quale da ormai sette secoli si conserva con somma venerazione il corpo del Confalonieri. Nella lettera si chiede di far ricerche negli archivi piacentini per scoprire quello che il santo frate “habbia molto più occultato per humiltà di quello che s’é investigato”. La risposta è in parte nella lettera spedita da Piacenza nel 1611 che vede gli Anziani e Priori comunicare quanto avevan potuto sapere. Allegano alla missiva una “Informatione circa l’Illustre Famiglia Confaloniera” dalla quale leggiamo testualmente che nel Monastero francescano di S. Chiara, ancor oggi visibile sullo Stradone Farnese, tra le tante cose avevan “trovato notitia di una suor Gioannina Confalloniera che specialmente viveva nel 1340 et anco nel 1356” e che poteva essere la moglie del Santo Corrado al tempo della sua vita piacentina. Come detto, in questi primi decenni del 1600 assistiamo a Piacenza un rincorrersi di espressione di devozione e di propaganda del culto molto significativa a s. Corrado Confalonieri. In Cattedrale gli si erige una cappella dipinta ed ornata con altare e tutto per volontà di Gian Luigi Confalonieri, affrescata nel 1613 dal Galeani pittore di Lodi, queste belle quattro vele sono ancor oggi visibili e recentemente restaurate. Rappresentano scene basilari della Vita del Santo Eremita. Qualche anno dopo vi venne collocata una bella tela del Lanfranco, che nel periodo napoleonico fu trafugata ed ora è esposta nel museo di Lione in Francia. Anche il canonico del duomo Pier Maria Campi scrisse una Vita del Santo Corrado per assolvere alle richieste dei netini che desideravano maggiori notizie e fu pubblicata nel 1614 a Piacenza. Cosa ancor più notabile, il vescovo mons. Claudio Rangoni che era stato investito anch’egli dagli Anziani di Noto di far ricerche sul santo piacentino, suggella le ricerche storiche andando a validare di proprio pugno il Legato Sancti Conradi. Redatto nel Palazzo Episcopale dal Cancelliere e Notaio della curia il 9 agosto 1617, vede la volontà del Conte Zanardi Landi di erigere una cappella ed altare al Santo piacentino nella chiesa di Calendasco. A fondamento dell’atto giuridico che ha valore pubblico con proprie forme solenni, secondo le regole ferree della diplomatica, vi si afferma che i Confalonieri erano abitatori e feudatari di Calendasco; che il culto era già esistente e che andava rinvigorito proprio nel borgo citato e, si badi bene, cosa importantissima per la storiografia è che si afferma che il santo Corrado è nato fisicamente in Calendasco “in eodem loco”. Dal punto di vista storico questa è una notizia eccezionale perché và a chiudere tessere mancanti e apre ancor più a nuovi stimoli di ricerca. Il famoso Legato in scrittura latina, dopo aver illustrato clausole e somme circa il culto e la santa messa in onore al Santo, si conclude con la firma dei testimoni e del vescovo che “per tutti e per ognuno, e dopo aver osservate le debite formalità della legge, dalla pienezza della sua autorità Episcopale, interpose e interpone e parimenti decreta.”. E proprio Calendasco – unico caso in tutta la diocesi piacentina – lo avrà quale Patrono da quei giorni andando anche ad abbellire la cappella del Santo con la stupenda pala che lo raffigura ormai vecchio penitente con sullo sfondo il ricordo dell’incendio frutto della sua conversione e cambiamento di vita. Purtroppo gli affreschi esistenti su alcune pareti laterali della chiesa, con scene della Vita Conradi vennero coperti da una pittura omogenea nel 1971 durante i grandi lavori di adeguamento dello spazio liturgico secondo i canoni prospettati dal Concilio Vaticano II voluti dallo storico arciprete del borgo nonché Canonico di S. Antonino don Federico Peratici. Oggi si ammirano di quegli anni gli affreschi del piacentino Ricchetti e in particolare il suo possente san Corrado sotto la croce posto nell’abside tra santi piacentini. La Tradizione ce lo fa conoscere come San Corrado da Piacenza, e questo giustamente perché la Casata Confalonieri possedeva anche in città in zona S. Eufemia un palazzo ed in Cattedrale si eresse la bella cappella con altare oggi demoliti, e per di più la città è indicativa di un’area facilmente individuabile da qualsiasi devoto in Italia. Resta però il dato storico: la nascita fisica del Santo nel piccolo feudo e borgo di Calendasco, un dato che perlomeno non va ignorato ma anzi dovrebbe essere con serietà riconosciuto. Ma c’è pure un altro aspetto da porre sotto attenzione e che poco si è valorizzato, riguarda gli accadimenti propri del 1300 e che ebbero anche una ripercussione su coloro i quali vivevano da laici convertiti e penitenti come il nostro Corrado. Il papa Giovanni XXII nel 1318 con una bolla aveva scomunicato i frati dissidenti detti volgarmente “spirituali” facilmente confondibili per tipologia d’abito con i fratres de la penitentia francescani. Già nel 1312 un folto gruppo di questi era fuggito, con altri del nord Italia, in Sicilia terra poi d’elezione del nostro eremita. Se Corrado nel 1315 vive la famigerata causa dell’incendio, da una parte lo vediamo essere sotto il martello e l’incudine, perché egli è guelfo e quindi schierato con la Chiesa diversamente dal Galeazzo Visconti ghibellino, però allo stesso tempo veste l’abito bigio penitenziale terziario confuso con quello degli “eretici” che, lo sappiamo dal frate Aristide, seguiva la Regola del 1289 per i laici religiosi, la famosissima Supra Montem di papa Niccolò IV. Nel contempo la confusione era estrema: anche i Poveri Eremiti del frate Clareno furono sciolti ed il pasticcio tra Beghini e Spirituali era talmente esteso che con una altra bolla del 1319 lo stesso papa Giovanni XXII dovette difendere e proteggere ufficialmente i Penitenti e Terziari francescani dicendo che non andavano confusi con i ribelli. Ed anche la cosiddetta faccenda Templare coinvolge gli anni corradiani; l’istruttoria contro i frati Templari si aprì nel 1307 e si concluse nel 1312. Come sappiamo i templari di Piacenza furono tutti assolti dall’accusa di eresia nel 1310 ed anzi già nel 1304, al primo sentore di cattive notizie a loro riguardo, avevano donato i loro beni ai domenicani piacentini. Era questo il clima politico-sociale e religioso che vigeva quando san Corrado ebbe il suo incontro con quelli che la Vita Conradi più antica, il manoscritto netino del XIV secolo, diceva esser stati poviri et servituri di Deu. Altra questione sul fuoco – termine adatto per una santo “incendiario” - è quella dell’iter della sua beatificazione e poi santificazione. A Noto, e per fortuna proprio là, diremmo oggi rileggendo i fatti e la storia, in quella lontana città ove visse da eremita nella grotta dei Pizzoni, alla sua morte avvenuta nella tarda mattinata del 19 febbraio 1351, immediatamente ne furono riconosciute le virtù di santità; già da vivo infatti Corrado compì tanti e copiosi miracoli: primo resta quello del pane che caldo portava fuori dalla grotta ai tanti miseri e visitatori. Non avevan certo bisogno di tante altre prove i cittadini di Noto per riconoscere in lui un sant’uomo, l’avevano sperimentato da vivo e ne portavano memoria e rispetto estremi. Tralasciamo qui di approfondire ulteriori fatti venuti da Noto e atteniamoci alla sua patria piacentina. Nei secoli successivi, durante l’iter diciamo “romano” della causa, un aspetto che la storiografia corradiana non prende in considerazione e che mettiamo sul piatto, è strettamente connesso ai suoi discendenti di Piacenza e Calendasco nel particolare. Infatti nel 1547 il duca Pierluigi Farnese fu assassinato a Piacenza e tra i Nobili cospiratori è anche Giovan Luigi Confalonieri feudatario di Calendasco. Il Duca sappiamo che era figlio di papa Paolo III e la famiglia Farnese una delle più in vista a Roma. Dopo varie vicende si arrivò alla confisca dei beni dei congiurati e tra questi quelli appartenuti appunto anche al Confalonieri assassino, tutto questo circa quaranta anni dopo il fatto. In Archivio di Stato di Parma abbiamo consultato gli atti della confisca e tra i beni che possedeva a Calendasco il feudatario Giovan Luigi Confalonieri e suoi fratelli, vi è anche una parte di quello che è l’hospitio posto in “Co’ di Borgo” cioè all’inizio del paese come è ancora attualmente oggi visibile. I beni sono acquistati dallo Zanardi Landi e con quella fortissima somma il congiurato in questione è costretto al bando da Piacenza e portarsi a Milano. Casi della storia: Giovan Luigi Confalonieri, colui che circa cinquant’anni prima uccise il Duca piacentino, nei primi anni del 1600 fu fatto Capitano di Giustizia a Milano. Questa sintesi per far comprendere con logica come mai l’iter di santità del nostro Eremita non potè che concludersi in pieno seicento; la macchia della Casata dei Confalonieri d’aver ucciso il figlio di Paolo III si trascinò certamente per anni, anche come memoria nella stessa Curia Vaticana. La causa per la santità cominciata a Noto nel 1485, poi sospesa, vede la conferma del culto nel 1515 per mano di papa Leone X; la conclusione per brevità possiamo porla con la bolla di papa Urbano VIII che nel 1625 concede al Ministro Generale dei Frati Minori Cappuccini di celebrare la festa del Santo Corrado in tutto l’Ordine francescano dell’orbe. Intanto restiamo in attesa del gemellaggio tra le diocesi di Piacenza e Noto auspicando che la cosa non si risolva in sola retorica e a beneficio dei soliti noti ma che possa coinvolgere appieno tutti quei devoti che in vario modo amano e studiano questa bella figura di Santo.

umbertobattini@gmail.com


10 febbraio 2012

ARISTIDE



Prima Comunità di Terziari
appresso al “gorgolare” in Calendasco
Per comprendere gli eventi pre-corradiani in terra piacentina

di Umberto Battini

Aristide frate e superiore di San Corrado

Nel libro dello storico Raffaele Pazzelli “Il Terz’Ordine Regolare di San Francesco attraverso i secoli”, edito in Roma nel 1958, reperiamo fondamentali dati storici, che oltre a servire per questa breve sintesi, si presteranno per la relazione che segue.
La comunità in Calendasco di Terziari in abito eremitico composta di pochi religiosi con a capo il frate Aristide, come ogni comunità terziaria, oltre a non essere molto appariscente era anche giuridicamente indipende, con una unione con le altre comunità terziarie “amico foedere”, cioè legame di mutua assistenza.
Questa mancanza di unità causava evidentemente una minore appariscenza esteriore del fenomeno della vita comune tra i Terziari, per cui fu facile che fosse trascurato nelle cronache del tempo, ed in effetti il primo storico che ricercò e rinvenne parecchi documenti dei primi tempi dell’Ordine, il De Sillis, ci fornisce ragione della mancanza di documenti nei più antichi Conventi Terziari.
Il De Sillis nel libro del 1621 sui Terziari di S. Francesco o Penitenti dice chiaramente sul fatto della esistenza e smarrimento dei documenti che fu:
“...a causa dell’umile genere di vita dei nostri Padri;, non avendo grandi monasteri, ma per lo più eremi o piccole abitazioni all’ombra di Ospedali o di Chiese, non possedevano archivi, nè si preoccupavano di questo ma solo di vivere santamente, nella carità verso Dio e il prossimo.”
Anche Fredregando da Anversa dice che i Terziari:
In molti luoghi essi aprirono degli ospedali e degli ospizi peri poveri e pellegrini, dove necessariamente alcuni fratelli dovevano prendere dimora”.
Del frate Aristide tratta ampiamente uno storico di alcuni secoli fa il cosiddetto ‘Anonimo di Montefalco’ in Umbria. Lo scritto dell’Anonimo è stato rinvenuto da altro grande storico del Terzo Ordine il p. Gabriele Andreozzi, vedasi in Analecta TOR dello stesso Andreozzi “S. Rocco in Montefalco, la Porziuncola del Terz’Ordine Regolare” ed è ricco di dati a noi utili, che in altro studio presenteremo ai devoti e appassionati di storia. Resta importante la questione che già parechi secoli fa, in Umbria lontano centinaia di chilometri da Calendasco, uno storico rimasto ‘Anonimo’ abbia saputo tramandare del Frate Aristide chiamato a Montefalco da Calendasco a presiedere la costruzione del Convento di S. Rocco delle monache Terziarie.
Il Pazzelli nel già ricordato volume ci informa chiaramente che:
Il terzo luogo di cui ci è stata tramandata memoria è il Convento-eremitaggio di Calendasco presso Piacenza. Sin dal 1280-1290 esisteva qui una Comunità di eremiti, sotto l’obbedienza di Frate Aristide, lo stesso che nel 1290 venne a Montefalco a trovare la Beata Chiara ed in tale occasione ricevé la donazione dei Sigg. Bennati di cui si è detto. Dopo la costruzione di quel Convento lasciò a Montefalco alcuni suoi Frati e ritornò a reggere la sua Comunità nel Piacentino. Qui nel 1315 ricevé nell’Ordine un nobile piacentino, Corrado Confalonieri, predicendogli che sarebbe diventato un grande santo”.

Umberto Battini

09 febbraio 2012

A D V M di Piacenza



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01 febbraio 2012

Miracolo o bisogna cambiare


San Corrado un giorno si fece portare un bel pezzo di lonza, lo appese nella grotta. Dopo qualche giorno la lonza marcì, fece i vermi. Disse il Santo "Adesso mangia se hai coraggio o corpo!".
Un'altra volta, furbacchioni in venerdì quaresimale gli misero del maiale nel piatto invece del pesce promesso. A fine pasto, la derisione: "Vecchio barbone, hai mangiato con avidità la lonza di maiale anche se oggi era di magro e digiuno!" Non si scompose il Vecchio Santo. Alzò il tovagliolo che copriva i resti del suo pasto: "Ma io ho mangiato pesce." Lische nel piatto. Restarono silenti, ammutoliti. I furbi restarono mazziati.

Ha ancora molto da insegnare il Nostro, a volerlo ascoltare! Invece solo guardando alla materia si 'sfrutta' la lonza, che darà alfine solo vermi.

Umbe
Ohi là

27 gennaio 2012

San CORRADO un santo di OGGI


estratto da un libro di p. Gabriele Andreozzi che fù grande Amico per noi di Calendasco ed a Noto. Voster UMBE

Sono passati settecento anni dalla sua nascita, eppure San Corrado non è un santo di ieri, ma di oggi.

La sua vita si può dividere in due periodi. Nato a Piacenza nel 1290, conduceva vita piacevole, conforme al suo grado e alla sua nobiltà. Appassionato cacciatore, dedicava a questo spasso il suo tempo libero ed era orgoglioso dei trofei di animali uccisi, di cui ricolmava il carniere.

l\/la un bel giorno questa vita fini: Corrado era andato a caccia, ben armato e scortato dai suoi servi e dai suoi cani. La selvaggina non era abbondante, si nascondeva nei cespugli e non si riusciva e scovarla. Fu allora che Corrado diede ordine di dar fuoco alle siepi. Favorito dal vento, il fuoco divampò all’istante e si propagò alle messi vicine e lontane, recando un danno incalcolabile all’intera contrada. I cacciatori tornarono a casa non visti, ma un pover’uomo che si trovava nei pressi fu arrestato, sottoposto a tortura e, come reo confesso, condannato a morte. ll triste corteo degli sbirri che conducevano il disgraziato al luogo del supplizio passò sotto le finestre di Corrado e suscitò in lui un moto di incontenibile rimorso per guanto era accaduto e stava accadendo. Si proclamò colpevole, si disse pronto a risarcire tutti i danni. Fu così che, al dire del suo primo biografo, Corrado rimase "nudo delle cose del mondo". Con questo gesto generoso ed umano incomincia la seconda parte della sua vita, quella che ce lo rende caro e ci induce a venerarlo come "amico di Dio".

Rimasto, per propria scelta, "nudo delle cose del mondo", Corrado fece il suo ingresso in un ordine che aveva tra le sue leggi il divieto di portare le armi, il dovere di restituire l’altrui, di riconciliarsi e di riconciliare. Fu cosi che Corrado divenne un uomo nuovo, un uomo tutto di Dio. Se ne accorsero le genti, in mezzo alle quali passo il resto della sua vita. E se ne accorsero anche gli uccelli, che in segno di riconciliazione e di pace gli volavano intorno e gli facevano festa, mentre gli alberi da frutto da lui coltivati erano lieti di sostituire quelli che un giorno, per sua colpa, erano andati distrutti.

Dicevamo che Corrado e un santo di oggi: lo spontaneo con l’incendio da lui provocato e l’abbandono delle armi, destinate a fare violenza ai fratelli e ad ogni altro essere vivente, sono un rimprovero per I’incosciente generazione che popola oggi la terra, preoccupata di sfruttare la natura, senza alcun riguardo al suo equilibrio ecologico e ai diritti delle generazioni che verranno dopo di noi. lncendi di boschi, di cui non si sa mai il colpevole, disboscamento inconsulto di migliaia di ettari |’anno, inquinamento delle sorgenti e deI|’aria, costruzione di ordigni di guerra capaci di distruggere cento volte ogni forma di vita sulla terra, tutto questo finirebbe se l’esempio di Corrado fosse, almeno in parte, seguito.

Nessuna meraviglia che un uomo cosi si sia ispirato al cantore del creato, a San Francesco d’Assisi, per cui tutte le creature erano fratello e sorella, e sia stato anzi suo seguace in quell’ordine della Penitenza, detto anche Terz’Ordine, istituito dal santo per quelli che vogliono vivere il vangelo nelle proprie case o che, per fare penitenza, si ritirano in luoghi remoti, come ebbe a dire Gregorio IX, nella sua lettera "I\limis patenter" del 26 maggio 1228.

Che San Corrado sia stato effettivamente un frate della Penitenza, cioè un terziario francescano, un seguace del Poverello d’Assisi, lo proclamò solennemente Urbano VIII nel 1625 e lo ha riconosciuto di recente il regnate pontefice Giovanni Paolo ll, nella sua Lettera Apostolica per il settimo centenario della nascita di San Corrado.

Indagare quindi sul fondamento storico di questa tradizione ci sembra un necessario completamento, della fioritura di studi intorno a S. Corrado, comparsi nell’anno sette volte centenario della sua nascita.

I testi qui sopra sono alle pagine 19-25, del volume del p. Gabriele Andreozzi edito a Noto nel 1993


24 gennaio 2012

DAZIO per il PASSO

Anni d'oro, ma non per le nostre casse.
Calendasco è nel diploma fatto a Pavia e l'autentico è in Archivio di Stato di Milano.

La gabella è data ai riparii - esattori - che erano sul vada - guado.
Federico I imperatore detto il Barbarossa, aveva concesso un diploma per il vada ad piscandum con tutti quanti i privilegi legati alle acque, dalla a alla z.

Federico I concede i diritti di giurisdizione e le immunità già concessi dai suoi predecessori, nonché la protezione imperiale.


Umbe
non mollante

16 gennaio 2012

10 AGOSTO 1921

Un calendaschese ucciso nel 1921
Agguato mortale nei pressi di Piacenza

• Il comunista Anguissola colpisce a revolverate in località Montale il carrettiere venticinquenne Ernesto Curcumi di Calendasco, ex comunista passato da pochi mesi con le camicie nere.
Per rappresaglia i fascisti invadono la Camera del lavoro di Piacenza e battono la campagna alla ricerca di «sovversivi».